GIANNA HA VENT'ANNI

SANREMO - In un baleno sono già passati 20 anni. Sembra ieri. Vai in discoteca ogni sabato sera e ogni domenica pomeriggio, da qualsiasi parte d'Italia e la cantano come forsennati, a squarciagola, per gridare la propria voglia di libertà,  forse anche per la soddisfazione di imitare i genitori che 4 lustri prima avevano dato vita a chissà quale show fra le mura domestiche per adempiete ai propri doveri coniugali, proprio con tale sottofondo. Eppure moltissimi non sanno che "Gianna" ha partecipato anche lei a Sanremo, arrivando terza dietro altre due canzoni celebri, "...E dirsi Ciao" dei Matia Bazar, alla loro terza presenza sanremese, e a "Un'emozione da poco" della giovanissima Anna Oxa (se vi ricordate ne abbiamo parlato l'anno scorso). Di lei tutti riescono a ricordarsi soltanto i primi versi del ritornello, solo perchè l'ultima parola della rima iniziale può essere facilmente sostituita da un'altra, diciamo così, molto più efficace ed esplicita..."Ma la notte la festa è finita/ evviva la vita". Questo è il verso incriminato, poi si va avanti descrivendo una scena erotica, pare quasi che l'autore volesse descrivere con toni non certo morbosi, ma divertenti, l'inizio di un'orgia. "La gente si sveste/ comincia un mondo/ un mondo diverso ma fatto di sesso/ chi vivrà vedrà/". Vale la pena che i più giovani vengano informati meglio su questa canzone, una ballata divertente, spontanea, dall'alto contenuto erotico, che ebbe il merito di fungere da spartiacque per la musica dell'epoca. Abituati ad ascoltare brani mielosi, dai testi scontati non certo ricchi di spunti d'originalità, "Gianna" fu il modello di canzoni bizzarre, lontane dai canoni di "Anima mia" e le altre, tutte uguali e romanticone, adatte solo per i fuochi di paglia d'agosto (cioè gli amori estivi, immortalati a più riprese da tutti i migliori artisti dell'epoca, dagli Alunni del Sole - Jenny - a Gianni Bella, Viola Valentino o Giacobbe). Gianna fu forse la prima canzone pop a conquistare un podio a Sanremo. Un brano a metà strada tra Baglioni e i Decibel (tanto per citare due artisti dell'epoca), fatto su misura per cui vuole cantare ballando. Era cantata da Rino Gaetano, un mito diventato leggenda, un personaggio unico nei testi, nella musica e nel quotidiano, quello decadente o crepuscolare, quello di chi è già segnato a lasciarci presto, quello dei James Dean e di chi forse, contraddicendosi, non amava troppo la vita. Cioè l'amava a modo suo, viveva il presente in modo particolare il grande Rino, la amava a tal punto da restare sveglio anche 24 ore su 24; di fretta, come sapesse già di non avere più molto tempo a disposizione, come se sapesse che nell'81 doveva fare i conti con quel destino, che, atroce, si è nascosto dietro il colore rosso di un semaforo. Peccato non avere conosciuto dal vivo la sua verve, la sua ironia, non aver letto e cantato i suoi testi senza senso, criticati da tutti quelli che non credevano "di avere un fratello figlio unico", tanto per citare un tratto di una delle più grandi canzoni filosofiche italiane, di quelle che ti fanno pensare, che anzi illustrano metaforicamente una miriade di problemi legati al nostro essere umani. Un personaggio come lui non è esistito più. Si attendono nuove da Niccolò Fabi e Samuele Bersani, ma Rino Getano rimarrà irraggiungibile: la sua Gianna vivrà in eterno fra le sue braccia.
 
 

ROSARIO PADOVANO